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Le
leggende hanno un sistema di diffusione che rassomiglia al contagio.
Passano cioè con facilità da una persona all’altra: da me a te, da te
a lei (o a lui). Questo inarrestabile tamtam interpersonale è alla base
della “comunicazione orizzontale”, così chiamata perché viaggia ad altezza
d’uomo: procedendo di bocca in bocca, anzi di bocca in orecchio. La
comunicazione orizzontale è la forma di comunicazione più antica che si
conosca. E’ nata insieme al linguaggio, e da allora non si è mai interrotta.
Le “chiacchiere intorno al fuoco” costituirono da subito una sorta di
tessuto connettivo; un collante di rapporto, attraverso il quale
il gruppo cresceva e si strutturava.
Da
allora tutto è cambiato, ma nulla è cambiato: le “storie orizzontali”
continuano ad essere un combustibile prezioso per le relazioni interpersonali.
I
luoghi in cui si genera il passaparola sono quelli in cui la gente vive,
lavora, si diverte, e si incontra: la casa, il bar, l’ufficio, il ristorante,
l’autobus, la metropolitana, il parrucchiere, ecc. Il
mezzo che rende possibile il passaparola – lo dice la parola stessa –
è la voce umana, con le diverse protesi
che si sono avvicendate nel tempo: la scrittura, il telefono, il
fax, il telefonino, fino alle più recenti: l’e-mail e gli SMS. Le
storie che viaggiano in senso orizzontale (vale a dire sull’onda del passaparola)
risultano spesso più credibili di quelle che provengono dai media tradizionali
(giornali, radio, TV), e che danno luogo alla cosiddetta
“comunicazione verticale”: quella che
piove “dall’alto”. Questo
accade perché i media non li conosciamo bene, mentre i nostri amici sì. E di loro ci fidiamo (mentre dei media no).
Così, quando capita che un amico ci racconti come vera
una storia falsa (cioè una leggenda metropolitana), spesso finiamo
per dargli credito. Alcune volte le storie false ci raggiungono utilizzando la comunicazione verticale: in questo caso prendono il nome di “bufale”. |